Photography & territory

SORANO

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Programma del corso di Urbanistica II - Università di Firenze
prof. Riccardo Mariani
A/A 1979 / 80

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Il corso di URBANISTICA II A si propone di affrontare il tema della progettazione urbanistica. Per raggiungere questo obiettivo, alla luce della situazione attuale degli studi in questo settore e in particolare di quelli svolti fin qui nella nostra facoltà, il programma viene articolato su due livelli da intendersi come fasi successive della medesima ricerca.

Nel primo periodo si procederà all'esame del processo di formazione della città italiana dalle origini ai nostri giorni, intendendo con questo non già concepire un nuovo trattato di storia dell'urbanistica italiana ne elencare le vicende che ne hanno determinato l'evoluzione nel tempo, quanto esaminare piuttosto quali siano quei caratteri essenziali che contribuiscono di fatto alla determinazione dello spazio.

Che cosa si debba intendere per spazio è un dato ormai acquisito anche se molto spesso accade di vederne privilegiati aspetti particolari e separati: economico, politico o semplicemente prospettico. Per noi spazio è l'insieme delle tensioni, degli avvenimenti, dei luoghi che relazionandosi strettamente stabiliscono un periodo storico determinato; una connessione fortissima tra l'aria, la terra, l'acqua, i culti, i riti, i modi, la socialità, l'economia, le forme: in una parola la civiltà. Spazio come sinonimo di civiltà dunque e civiltà come sinonimo di natura. Si tratta perciò di una entità "mutevole", il cui perimetro viene determinato periodicamente da una complessa serie di elementi la cui singola rilevanza, pur variabile nel tempo, è comunque una costante espressa nelle forme. Da questa considerazione preliminare comincia a delinearsi con maggiore precisione che cosa si intenda realmente per "formazione della città italiana". Infatti alla luce di quanto accennato e che sarà comunque oggetto della ricerca, non esiste di fatto la città italiana ma piuttosto di volta in volta il concretarsi di spazi più o meno dilatati come derivazione diretta di una sommatoria particolare di specifiche circostanze. Gli attuali "centri storici" sono infatti i resti di alcune tra quelle Vaste relazioni, più spesso il loro punto di gravitazione, un nucleo ò parte di esso. Saranno dunque più esattamente le città d'Italia e non la città italiana ad essere oggetto della nostra attenzione. Questo per significare che non solo esiste una malformazione evidente nella cultura urbanistica corrente, rintracciabile nella consuetudine di associare la storia dell'urbanistica moderna italiana a quella di altri paesi, segnatamente l'Inghilterra, la Germania e la Francia da cui addirittura la si è fatta discendere, ma per specificare ulteriormente che come è già precario e forzato leggere la storia della città italiana come derivazione smithiana europea è altrettanto astratto considerarla unitariamente ovvero una storia che si esprime secondo una casistica generalizzabile a tutte le parti del territorio nazionale. Al contrario, proprio perché spazio significa quell'ordine complesso di cui si è detto, ogni parte del nostro territorio ha dato origine e vita a una lunga serie di spazi distinti l'uno dall'altro proprio dal diverso peso e ruolo che le componenti vi hanno giocato.

Esiste dunque, o quanto meno e esistita, una identità specifica di questi spazi, frutto del prevalere di determinate componenti su altre e che dilatano, ben oltre le angustie della semplice delimitazione in Nord, Centro e Sud, gli ambiti della cultura della città italiana. E' necessario quindi riconoscere innanzi tutto la compostezza di un rapporto che certi eccessi analitici hanno preteso di scindere, senza una successiva ricomposizione, quale il rapporto città-campagna, eccessivamente semplificato in una relazione conflittuale alla quale si sono attribuiti valori rispettivamente positivi e negativi, in ossequio a una necessità totalmente irrazionale di divisione del cosmo, del mondo, dell'uomo o frutto di una eccessiva fiducia nella ragione. I due partiti che cosi si sono creati, per altro mai realmente conseguenti alle loro affermazioni originarie, hanno imposto che di volta in volta si scegliesse tra il signor Hyde e il dottor Jeckill facendoci dimenticare, per lungo tempo e ancora oggi, che niente era ed è diviso ma che, se dialettica esiste, essa è produzione, è rapporto di generazione, è creazione, non semplicemente lotta e vendetta. Quel nucleo di cui tanto si parla, quel centro storico interpretato e riusato in funzione esclusiva della sua dimensione e cubatura, è solo un misero resto di un corpo cui è stata sottratta la polpa, i nervi, la forma.

Non esiste città in Italia,di edificazione non recentissima, che non sia atto di creazione, derivata appunto da profonde tensioni tra urbano e rurale, ovvero dall'angoscia attiva, spesso drammatica e violenta, tra l'intendere la razionalità e il suo opposto irrazionale.

Usando dei metodi disciplinari canonici,qualora provassimo ad associare la storia della città alla storia della religione,per esempio,scopriremmo che da noi "urbanistica moderna" significa il momento in cui Riforma e Controriforma impongono una divisione coatta della natura e con questa una nuova dimensione dello spazio,questa volta realmente partigiano, ovvero fortemente carico di attributi prettamente ideali. A questo momento storico si può far risalire la prima grande scissione in città e campagna, ma non ancora nel modo in cui ci è tradizionalmente presentato dalla letteratura disciplinare e in ogni caso non certo a partire dalla data di una, per noi, fantomatica "rivoluzione industriale". Da quella data si portano all'estremo tendenze e conflittualità specifiche, si radicalizzano le diversità,si crea insomma uno spazio propriamente politico o quanto meno

con specifiche attribuzioni politiche distinte e connotanti la città e la campagna,intese ora come opposizione tra progresso e conservazione,tra modernismo e tradizione,tra profano e sacro,tra panteismo e monoteismo. Pur se attentamente imposte queste attribuzioni subiscono poi drastici capovolgimenti passando da un capo all 'altro nella gamma dei significati,accreditando cosi allo "spazio" un valore ideologico sempre più astratto e di fatto estraneo alla sua stessa natura.

In sintesi dunque, e per larga approssimazione, gli stadi successivi e principali attraverso i quali si è svolto il divenire delle nostre città, intese qui come sommatoria di più ampi e complessi riferimenti, denotano una serie di strozzature in cui si perdono progressivamente i raccordi tra i due spazi ormai sempre più divisi in "urbano" e `'rurale".

In particolare, e come apice di questa svolta, dopo il 1861 le deviazioni culturali e politiche imposte dal nuovo Stato unitario in ogni settore della vita sociale, dalla lingua all'economia,dall'architettura alla legislazione,fino a investire gli ambiti più intimi della espressività popolare,si assiste alla progressiva forzatura di uno sviluppo che sacrifico definitivamente l'intima essenza di ogni spazio per renderlo uniforme e generale,frutto di una sola etnia,socialità e cultura. La pretestuosa ricerca di una tradizione unica e nazionale anziché catalizzare quell'avvenimento storico, finì per stravolgere e isterilire le autentiche matrici tradizionali del Paese, ben più complesse e profonde delle imposte astrazioni ideologiche e giuridiche dello Stato sabaudo. Gli effetti pratici di questa sorta di romanticismo-risorgimentale sulle città segnarono l'inizio di una forte disgregazione di "equilibri" secolari, senza tuttavia introdurre un solido processo di rinnovamento né politico, ne economico,né culturale. Al contrario furono interrotte e non recuperate iniziative e modi spesso originali, mentre in più si istituzionalizzava la divisione in ogni senso, tra Nord e Sud.

A questa situazione già ampiamente mortificante per la nostra cultura si sovrappose la retorica imposta dal regime fascista il quale, pur radicalizzando le precedenti esperienze, permise l'introduzione,fino a farsene esso tesso portatore, delle nuove tematiche "moderne".

Tuttavia ,il dibattito che si generò tra il "tradizionalismo" e "modernismo", lungi dall'introdurre, pur se a posteriori,un effettivo chiarimento nei termini del problema,si espresse ancora, fatalmente, secondo tendenze binarie e quindi relative,ovvero profondamente ossequienti a imprecisati dettami ideologici. A rendere più efficace su tutto il territorio nazionale l'opera del regime intervenne un fatto di grande rilievo, quale la formazione di uno "stato moderno", classicamente inteso,che,seppure tra ulteriori contraddizioni, accelerò il già avviato processo di uniformazione culturale, riducendo enormemente ogni possibilità di una reale espressione di civiltà, se intesa come sinonimo di natura.

Dopo la Liberazione, sotto il peso dei disastri bellici, delle impellenti necessità quotidiane e di una forte volontà di allineamento alle esistenti democrazie, si ribaltarono a favore dell' internazionalismo i precedenti orientamenti nazionalistici. Il "modernismo", assunti i toni di un taylorismo spontaneo in ogni ambito della socialità, seppure in modo contraddittorio e non programmato, divenne la nuova "regola" uniformante e per di più fortemente intrisa di dichiarate ambizioni politiche. Il risultato è a tutt'oggi una alienazione dell'uomo, qui inteso nella sua complessa sommatoria di etnia, territorio, cultura, religiosità, dallo spirito dello spazio in cui vive e opera che, ben lontano dal rappresentarlo nella sua potenziale interezza, manifesta al contrario soltanto la sua incerta e discontinua capacita di organizzare in modo meccanico alcune delle sue necessità biologiche.

Per chiarire con un esempio io spirito della nostra ricerca consideriamo la dimostrazione che a suo tempo fu tentata per sostenere la validità culturale dell'architettura moderna duramente attaccata da posizioni tradizionaliste. In quel caso, siamo intorno alla prima metà degli anni trenta, "tradizionalismo" significava oscuramente nazionalismo e poiché non esisteva uno "stile" tradizionalmente nazionale ma una serie di civiltà, appunto, o w ero uno spirito regionale e locale, fu obbligatorio identificare la "tradizione" con la "romanità". Seppure romanità significasse a ben vedere il risultato di culture diverse, dall'etrusca alla ellenica e altre ancora, seppure la logica imponesse uno stretto rapporto tra ellenismo, classicismo e quindi razionalismo, trascurando tutto questo, "romano" fu applicato in uso di "italiano", contro ogni e qualsiasi importazione culturale. Giuseppe Pagano per dimostrare la origine tipicamente italiana del razionalismo inizia un viaggio fotografico nell'Italia rurale e sottolinea con centinaia di esempi la estrema razionalità e funzionalità. delle abitazioni e degli agglomerati rurali. La tesi é che nell' alloggio di quel tipo tutto è attentamente calibrato secondo i bisogni e le funzioni: larghezze, altezze, materiali da costruzione; quasi una standardizzazione spontanea insomma.

Questa e altre considerazioni simili, compresa la tendenza al tetto piano, autorizzano lui e l'intero gruppo cui fa riferimento a estendere alla città moderna quei principi di funzionalismo normalizzazione e uniformazione. Il prodotto urbanistico che ne deriva è il noto progetto per "Milano verde", un autentico monumento all'esasperazione del termine, una sorta di iperrealismo filologico intorno all'idea di "funzionale" e aIlo stesso tempo una astrazione totale dall'uomo abitatore di quella scacchiera.

Da allora in avanti, seppure animati da tutt'altro spirito di quello profondamente morale e sociale di Giuseppe Pagano, funzionalismo e taylorismo si sono di fatto fusi per dare forma alla serialità assoluta, alla ripetizione continua delle periferie, alla loro dilatazione internazionale e anonima.

L'impressione più forte che da questo si ricava è che le generazioni che ci hanno preceduti, sopraffatte dalla estrema compIessità del reale, pur professandosi materialiste, abbiano invece adottato una forma di 'idealismo'. Per quanto ci si sforzi,infatti,il destinatario dei loro piani e progetti non appare l'uomo reale,quello per intendersi che emigra nelle periferie insieme a milioni d'altri simili, ma sembra piuttosto un essere ideale cui sono destinati ambienti e comportamenti ideali resi poi concreti e fisici dalla violenza del bisogno e dalla potenza del piano.

L'uomo reale,quello che un tempo costruì la sua casa rurale così funzionale e razionale,e cosi povera,non si limito a creare un ambiente domestico chiuso, costruì anche strade e scalinate,piazze,panorami; pose a guardia della sua casa,sulla porta o sul tetto,un'immagine apotropaica; calibrò la curva del vicolo sulla dimensione della portantina da processione,così come commisurò l'estetica di quelle case alla dignità dei ruoli da queste svolti.

Tutto il "comune" pensato e realizzato in quei luoghi per il lavoro stagionale,per l'eredità dei gesti e delle parole,le feste e le lotte,contro altri uomini e altri spiriti, ovvero l'altra metà del mondo,quello "esterno" all'intimità della casa ma per questo non meno intimo e sentito,resta ignorato e sconosciuto. Il nuovo piano infatti, pur così attento alla "normativi' che fa di ogni casa e quartiere il luogo del risparmio dei gesti e dei movimenti,nonostante derivi da un "sentimento di giustizia",fatto ragione e quindi sistema,cioè a sua volta civiltà,dimentica le origini, ovvero l'esperienza, per esprimere semplicemente una astratta idealità. In più, se si considera che la città moderna cresce quasi esclusivamente in virtù dell'urbanesimo, ovvero dei flussi di rurali che vi si insediano, si ha una più esatta percezione della complessità del fenomeno e di quanto sia ancora lontana la sua risoluzione.

ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL TEMA CITTA'-CAMPAGNA

Date le finalità del nostro studio non si tratta di esaminare il percorso della disciplina dal punto di vista strettamente storico, ma di valutare lo spirito con il quale di volta in volta le sono stati attribuiti ruoli particolari di grande rilievo ideologico e operativo:

urbanistica militare
urbanistica di controllo e trasformazione sociale
urbanistica come decoro urbano
urbanistica come dottrina
urbanistica come pianificazione e programma
urbanistica come rapporto sociale
urbanistica rurale,etc.etc.
A ciascuno di questi modi di intendere si é vincolato nel tempo uno specifico "modello" di città-società immaginato sostanzialmente come polo centripeto verso cui far rifluire tutte le esperienze dell' uomo seppure svolte in spazi antitetici alla "città" stessa.

Il tradizionale sistema dinamico entro cui si esercitava, bene o male,un creativo rapporto tra urbano e rurale,viene infine estremizzato in favore dell'uno o dell'altro, snaturati da se stessi e caricati di sinonimi tendenziosi o totalmente partigiani al punto che trattando del "rapporto" tra aree urbane e non urbane in genere ci si riferisce ad una situazione caratterizzata proprio dall'assenza pressoché totale di ogni rapporto creativo.

Città e campagna, indicano ormai due modi completamente opposti in cui si svolge la vita quotidiana. Secondo l'a-nalisi corrente questi due modi opposti nascono tanto da una contrapposizione ideologica quanto da una differenza materiale in senso fisico, ovvero da una sensibile diversità del tenore di vita.

Ciò significa che non necessariamente esiste una conflittualità latente o espressa tra aree urbane e aree non urbane in quanto tali,mentre,al contrario,questa è spesso riscontrabile nella diversità dei tenori di vita e nei suoi livelli.

Ora,questo implica che mentre la accennata diversità del livello di vita dipende quasi esclusivamente dalla presen-za più o meno accentuata dei vari servizi sociali nelle aree interessate,rimandando quindi la risoluzione del pro-blema a un ambito tecnico,di coordinamento degli investimenti sociali,etc,ben diverso è invece il valore e la por-tata dell'idea e della pratica nei suoi differenti termini: urbani e non urbani.

Tentiamo una prima scissione del problema per parti successive:

Da un punto di vista strettamente tecnico-giuridico ogni organizzazione statale distingue i suoi insediamenti sociali in urbani e rurali secondo canoni che nella maggioranza dei casi si riferiscono alle consistenze demografiche. Ovvero si definirà "urbano" un insediamento con abitanti in numero superiore a una certa cifra stabilita, mentre si definiranno rurali tutti gli altri insediamenti che per numero di abitanti dispongono di una consistenza demografica inferiore a quella stabilita. Naturalmente questa cifra fissata rappresenta anche indirettamente una quantità di servizi sociali di cui l'insediamento dispone o di cui presumibilmente dovrebbe disporre per assumere l'una o l'altra dizione. Si tratta dunque di un sistema di codificazione esclusivamente quantitativo, cioè di un metodo a base amministrativa e che riferisce perciò di rapporti fisici tra le due entità indicate come "città" e "campagna".

La dimensione geografica dell'area più o meno urbanizzata non qualifica in alcun modo il suo reale status di città. A dimostrarlo bastino,per esempio,le aree di recente urbanizzazione sviluppatesi negli ultimi cinquant'anni in molte città italiane, europee e in generale nei paesi in via di sviluppo,dove al gigantismo metropolitano non ha fatto seguito una qualificazione,specifica alla città, ma dove al contrario si sono condensate le abitudini e le consuetudini di tipo più prettamente rurale.

Ne consegue quindi che la definizione di area urbana in relazione allo sviluppo quantitativo e demografico in par-ticolare non è ne automatica ne tanto meno qualificante. Lo dimostrano determinati periodi storici e la vita di molte citta,dalla classicità in avanti,fino al primo periodo della rivoluzione industriale,quando l'urbanesimo favorì l'aggregazione di tipologie e comportamenti rurali in seguito modificati e utilizzati per finalità politiche,fino all'attuale situazione,particolarmente esaltata nei paesi del Terzo mondo dove la "crescita" non ha relazioni effettive con la "urbanità".

Esistono poi altri fenomeni che contribuiscono a rendere meno chiaro questo rapporto, o meglio, meno definito:

un processo di urbanizzazione fisica che ingloba aree ex agricole e piccoli centri rurali;
una urbanizzazione di tipo politico e psicologico,estesa in vari modi anche alle popolazioni canonicamente intese come rurali;
una urbanizzazione di tipo sociologico,che estende a tutta la popolazione,nella sua globalita,abitudini e comportamenti standardizzati.
Esistono inoltre le grandi aree,urbane e non urbane,intese come riferimento regionale o geografico,la cui scala sfugge quindi alla constatazione del semplice rapporto città-campagna inteso in senso stretto,per attestarsi nella individuazione di disparità e contrapposizioni a livello nazionale e regionale: vedi il "rapporto Nord-Sud", il "rapporto Continente-Isole", ovvero il "rapporto Occidente-Oriente".

La stessa affermazione marxiana per cui "a fondamento di ogni divisione del lavoro sviluppata e mediata attraverso scambio di merci, e la separazione di città e campagna. Si può dire che l'intera storia economica della società si riassuma nel movimento di questo antagonismo", risulta ormai insufficiente a qualificare in senso completo sia la città che la campagna.

Per arrivare alla definizione di un contorno di questo soggetto bisogna dunque usare di conoscenze che ruotano intorno al concetto intimo di urbano e di rurale,in modo che,definendo questi due qualificativi,si chiarisca di fatto la ''competenza" dell'uno e dell'altro.

Come osservazione preliminare si può dire che le considerazioni precedenti,di tipo quantitativo,diventano corollari di maggiore o minore importanza a latere di una centralità che si individua nella reale inquadratura di una dialettica da cui risulta che città e campagna sono di fatto entità in opposizione e inconciliabili,il cui rapporto può risolversi a condizione che scompaia l'uno o l'altro dei due termini.

Che cosa si intende infatti per "urbano" e che cosa si intende per "rurale": tradizionalmente, a meno di nuove introduzioni o ripensamenti,per urbano si intende una "concezione del mondo" di pensiero basato prevalentemente sulla "razionalità", la "emancipazione",la "coscienza" per rurale si intende,al contrario,una "concezione del mondo" di pensiero basato sulla "idealità irrazionale", sul "paganesimo", sulla "tradizione naturale", sulla ritualità. Si vede chiaramente a questo punto che il conflitto esistente è di ordine culturale e non fisico, innanzitutto, e che molte entità insediative, statisticamente definite città, sono di fatto estremamente carenti di quei caratteri urbani che dovrebbero qualificarle come tali; questo vale naturalmente anche per il suo contrario, la campagna.

In sostanza, per rapporto tra area urbana e non-urbana è da intendersi la "dialettica" che intercorre tra queste due entità e quindi, in quanto "dialettica", contrapposizione, ovvero conflittualità. Ferme restando queste ipotesi di partenza, la soluzione del problema starebbe dunque nella inevitabile egemonia dell'uno sull'altra o viceversa.

Esiste un'altra soluzione? Considerato che la prima e tradizionale non e una vera soluzione ma piuttosto l'affermazione di un rapporto di forza, l'alternativa potrebbe consistere nell'abbandonare la concezione del rapporto tra le due entità come "dialettico", rivalutando l'idea di razionalità in modo da renderla comprensiva anche degli elementi "irrazionali" che di fatto ne costituiscono l'origine e la struttura più intima, anche se più remota e difficilmente esplorabile. (Per intendersi, si veda quali implicazioni "razionali" ha comportato l'idea di giustizia, il concetto di giustizia sociale, la stessa idea di morale, di equità, etc.; mentre di non minore importanza a la riconsiderazione del pensiero "negativo", come componente intrinseca della "razionalità", etc.)

Un modo diverso di verificare il rapporto città-campagna, che partisse questa volta non più e non solo dalla semplice constatazione di una "rivoluzione" già avvenuta, e irrecuperabile, ovvero dall'idea che la rivoluzione industriale si sviluppa unicamente in senso contrapposto e violento rispetto alla situazione storica precedente, ma piuttosto come suo divenire relativo, anche se profondamente asistematico e con l'introduzione di un fattore tradizionalmente trascurato: il tempo, si arriverebbe appunto al recupero di quelle espressioni culturali, tipiche dello spazio rurale, che diversamente, o sono irrimediabilmente destinate a scomparire, e perciò stesso fatalmente obbligate a lottare per la loro esistenza e sopravvivenza, oppure più in generale, fatte partecipi di una inevitabile radicalizzazione delle situazione, da cui discende la relativa sclerotizzazione e impermeabilità di fatti obbligati all'antagonismo e alla violenza. (si consideri a questo proposito la politica svolta da certi regimi, di volta in volta violentemente rurali in senso esclusivo o comunque antiurbano, contro altri violentemente urbanizzanti).

Sorano (GR): i motivi di una scelta

In Italia non mancano gli insediamenti che offrono le caratteristiche indispensabili a questo tipo di studio,ma sono pochi quelli che "godono" di uno stato di conservazione ambientale e di ricchezza di presenze come Sorano. Il suo spazio e connotato infatti da una lunga serie di esperienze dalle necropoli etrusche poi romane agli insediamenti ebraici, dal "rifugio" di Davide Lazzeretti e i suoi giurisdavidici alle emigrazioni di popolazioni lorensi,etc. Tutto questo ha segnato quello spazio determinando una civiltà precisa. ~ Nostro obiettivo è riconoscere quanto e come questi fatti hanno determinato quel a natura nella sua espressione urbanistica,al fine di apprendere un metodo globale per la "progettazione urbanistica" contemporanea,estranea alle astrazioni dell "idealismo" che per molto tempo ha condizionato la vita e la cultura delle nostre città.

Alcuni cenni relativi al comune di Sorano:

Demografia: la popolazione è in continuo decremento, dai 7853 abitanti residenti nel 1951 si passa ai 5076 nel 1971. Lo spopolamento riguarda soprattutto le zone montane e i nuclei sparsi. Anche nella provincia (GR) si nota una sensibile tendenza al decremento.

Agricoltura: rappresenta ancora una delle poche fonti di reddito; prevalentemente si tratta di aziende a conduzione diretta. La zona e stata interessata dall'Ente Maremma con opere di bonifica e ripartizione dei fondi.

Patrimonio edilizio: ' tipologia quasi esclusivamente rurale. Le case coloniche sono di proprietà dei conduttori dei fondi. Moltissime case,sia nel centro che in campagna sono abbandonate. Lo stato igienicosanitario a sostanzialmente carente. Solo il 15% delle abitazioni é di edificazione successiva al 1960. (nel 1951 erano occupate 1917 abitazioni con 6455 stanze, nel 1971 ne erano occupate 1552 con 5755 stanze)

Industria e commercio: calo progressivo dell'industria manifatturiera incremento nel settore estrattivo. Struttura prevalentemente artigianale. Commercio al minuto e incremento della terziarizzazione.

 
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© Toni Garbasso - 2012