È mia convinzione che la strada per la risoluzione di qualsiasi conflitto passi preliminarmente per il riconoscimento reciproco: ammettere ed accettare l’esistenza dell’altro e cancellare la volontà di annientarlo sono le fasi iniziali del percorso che dovrebbe poi portare alla comprensione delle ragioni e delle motivazioni delle parti in causa. Dunque insistere sulla conoscenza è l’unica reale alternativa alla via violenta della contrapposizione. Ma la conoscenza non basta, ci vuole l’empatia ovvero la capacità di mettersi nei panni dell’altro, vedere il mondo dal suo punto di vista, non essere giudicanti e comprenderne i sentimenti pur mantenendoli distinti dai propri.
Lo sanno bene i membri del “The Parents Circle-Family Forum”, organizzazione fondata nel 1995, di circa 700 famiglie israeliane e palestinesi che hanno perso familiari prossimi a causa del conflitto. Secondo il PCFF il processo di riconciliazione è il prerequisito per raggiungere una pace sostenibile e la costruzione di mutua comprensione e rispetto sono i principali strumenti che permettono di intraprendere il dialogo come alternativa alla violenza.
Se loro, genitori, figli, fratelli e sorelle che piangono la morte del loro caro causata dal’”altro”, riescono a incontrarsi, parlarsi, conoscersi e lavorare insieme, di certo ci possono provare tutti gli altri, una volta compreso che l’eterna contrapposizione non porterà alla fine del conflitto.
Queste considerazioni non sono rivolte ai protagonisti del conflitto, non vivendo lì non ho certo alcun titolo per dare loro indicazioni o suggerimenti. Con il mio progetto mi rivolgo a chi, nel resto del mondo, parteggia per una parte sola ed ha difficoltà a capire la complessità della situazione.
Non avendo alcuna competenza storica, bellica, politica, economica o religiosa mi limito a fare il mio lavoro di artista, a dare il mio contributo alla comprensione.
Io, artista, donna ebrea della diaspora, nipote di nonni bruciati dalla furia nazista, voglio esprimere le emozioni, le riflessioni e le suggestioni che ho vissuto in questi anni attraverso le opere e i progetti che qui propongo. Sono opere che parlano di un vissuto personale, quindi necessariamente “di parte” e io credo che ascoltando e conoscendo i contributi personali si possa progredire nella costruzione dell’empatia che si dovrà sostituire alla contrapposizione violenta. Ben vengano dunque tutti i contributi personali che abbiano come scopo l’approfondimento della conoscenza tramite la condivisione della storia e delle storie delle persone e dei loro sentimenti, affinché la memoria storica aiuti ad aprire la strada del dialogo.
Ariela Böhm
|